IL SANTO CURATO D’ARS: LA STRAORDINARIA AVVENTURA DI UN PRETE CONTADINO - di Giuseppe Lalli
Posted by Antonio Giampaoli
| 2026-08-04 | Commenti: 0 | Letto 506 volte
IL SANTO CURATO D’ARS: LA STRAORDINARIA AVVENTURA DI UN PRETE CONTADINO
- di Giuseppe Lalli -
“Tu mi hai mostrato la strada di Ars, io ti mostrerò la strada del Cielo”
Il 4 agosto la Chiesa Cattolica ricorda San Giovanni Maria Vianney, meglio noto come “Il Santo curato d’Ars”, patrono universale dei parroci.
I santi nascondono quasi sempre un paradosso: sembrano figure semplici, ma sono profondamente complessi. Spesso riduciamo la loro vita a pochi dettagli superficiali.
Nel caso di Giovanni Maria Vianney, ad esempio, ricordiamo solo un vecchio confessionale, una tonaca logora, delle ciabatte sgangherate e un viso magro. All’apparenza, era un uomo privo di fascino e di doti intellettuali. Eppure, dietro questo ritratto così povero e banale, si nascondeva la parte più importante e invisibile: un sacrificio totale e una passione bruciante per la salvezza delle anime dei suoi fedeli.
La storia di questo prete inizia nel rumore di fondo della ghigliottina e delle chiese profanate. Nato nel 1786 a Dardilly, non lontano da Lione, cresce nell’epoca in cui la Rivoluzione Francese tenta di svellere il cattolicesimo dalle radici della nazione. La sua è una fede clandestina, confessata nei fienili da sacerdoti perseguitati. È in questo clima che germoglia la vocazione di un giovane apparentemente privo di avvenire.
La giovinezza del futuro Santo coincide con la pagina più buia della Francia moderna: il Terrore giacobino. La Costituzione civile del clero aveva diviso i sacerdoti tra “costituzionali” (fedeli allo Stato) e “refrattari” (fedeli a Roma). I secondi subiscono la ghigliottina o la deportazione. I Vianney vivono questa stagione nelle “catacombe rurari”, nascondendo i preti clandestini nei fienili per assistere alla Messa a porte sbarrate. Qui il giovane riceve i primi sacramenti, e forgia una fede cristiana a cui non ripugna il sacrificio, e neppure, se è necessario, il martirio.
Quando la tempesta passa e subentra la Restaurazione, la Francia si riscopre ferita: la tradizione è formalmente recuperata, ma le anime sono abitate dalle macerie dell’indifferenza e da una profonda secolarizzazione.
Fino a 19 anni, Giovanni Maria è un contadino semianalfabeta. Gli studi teologici sono per lui una scalata impossibile; la lingua latina è uno scoglio insormontabile e i superiori lo considerano troppo intellettualmente limitato per poter aspirare al ministero sacerdotale. Ma lui non demorde: vuole essere prete. La Grazia, alla fine, ribalta i calcoli umani.
Ordinato sacerdote nel 1815, a 29 anni, viene destinato tre anni dopo a una sperduta cappellania, Ars, nell’Arcidiocesi di Lione, di appena 200 anime, considerata un deserto spirituale. Nessuno, alle sole viste umane, avrebbe potuto immaginare che quel misero borgo sarebbe diventato un centro spirituale di richiamo europeo.
Poco lontano dal villaggio incontra un piccolo pastore, Antoine Givre. Smarrito, gli chiede la strada, e per ringraziarlo pronuncia quella frase che diventerà il manifesto della sua vita: “Tu mi hai mostrato la strada di Ars, io ti mostrerò la strada del Cielo”.
L’impatto con la parrocchia è desolante. La chiesa è vuota, le osterie sono piene. Don Vianney non organizza comitati, non pianifica strategie di marketing pastorale. Si prostra davanti al Tabernacolo. Passa le notti in ginocchio sul pavimento umido, digiunando e offrendo la sua vita per la conversione dei suoi parrocchiani.
È in questi primi tempi del ministero ad Ars che avviene l’episodio del Tabernacolo. Il buon prete aveva notato che ogni mattina, prima di andare a spaccarsi la schiena nei campi e ogni sera al ritorno, un contadino entrava in chiesa. Lasciava la zappa e la vanga fuori dalla porta, si sedeva nell’ultimo banco e passava ore intere immobile, con gli occhi fissi verso Gesù sacramentato. Non muoveva le labbra, non stringeva un rosario, non sfogliava libri devozionali: si limitava a guardare. Incuriosito e ammirato da tanta costanza, un giorno Don Vianney gli si avvicinò e gli chiese sottovoce che cosa dicesse a Nostro Signore durante quelle lunghissime visite. Si sentì rispondere le seguenti semplici e toccanti parole, pronunciate nel dialetto patois lionese, la lingua franco-provenzale della zona: “Je l’avegle et il m’avegle” (Io lo guardo e lui mi guarda). Una risposta dal significato teologico così profondo che è stata inserita pari pari nell’Articolo 2715 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Chi lo avrebbe mai detto a quell’incolto contadino della remota campagna francese?
L’apostolato di Giovanni Maria Vianney ad Ars non fu una marcia trionfale, ma una lenta e dolorosa assimilazione a Cristo Crocifisso. Per rigenerare quel lembo di terra francese inaridito dalla Rivoluzione, l’umile parroco dovette attraversare un triplice fuoco di purificazione, subendo tribolazioni umane, diaboliche e interiori nell’esatto ordine in cui la Provvidenza gliele dispose sul suo cammino.
La prima tempesta si scatenò sul piano umano, sotto forma di una calunnia infamante. Nei primi anni del suo ministero, mentre la sua azione pastorale iniziava a svuotare le osterie, l’invidia e il risentimento di una parte del villaggio si coalizzarono contro di lui. Fu allora che una donna del paese lo accusò falsamente di una condotta morale scandalosa. La voce di una presunta relazione illecita si diffuse rapidamente nella diocesi, provocando il dileggio dei parrocchiani e la diffidenza dei confratelli, che arrivarono a chiederne la rimozione. Don Vianney visse questo linciaggio morale nel silenzio più assoluto, non spendendo una sola parola per difendersi. Accettò l’umiliazione estrema di essere trattato come un reietto, offrendo quel disonore pubblico per la conversione degli stessi calunniatori, finché la verità non trionfò da sé.
Superata la prova degli uomini, l’orizzonte del conflitto si allargò al piano soprannaturale. Dal 1824, per oltre trent’anni, la canonica di Ars divenne il teatro delle furiose vessazioni del demonio. Nel dialetto locale lo chiamava grappin, (grappino: l’artiglio che cercava di ghermire le anime). Le aggressioni notturne erano spaventose: urla spaventose, colpi sordi alle pareti, letti scossi e mobili scaraventati a terra, fino all’incendio del suo stesso pagliericcio. Questa violenza fisica mirava a sfinire il sacerdote, a strappargli il sonno per impedirgli di sedere in confessionale. Ma il Curato rispondeva con mistica ironia, ben sapendo che la ferocia notturna del maligno anticipava sempre l’arrivo, il mattino seguente, di un grande peccatore da riconciliare con Dio.
Il vertice del calvario di Vianney non fu però l’assalto del diavolo, ma il silenzio di Dio: l’esperienza della Notte Oscura. Negli anni della maturità e del massimo afflusso di pellegrini, mentre da tutta Europa si accorreva per incontrare l’uomo dei miracoli, la sua anima cadde in un deserto spirituale assoluto. Provava la sensazione lacerante del nascondimento di Dio, accompagnato dall’idea insopportabile di essere un parroco indegno. Per tre volte tentò persino di fuggire da Ars per rinchiudersi per il resto della sua vita in un monastero dove piangere i propri peccati. Questa agonia interiore, tipica dei più grandi mistici, segnò l’ultimo e definitivo disinteressamento di sé. Solo attraverso questo totale annientamento del proprio io, Giovanni Maria Vianney poté trasformarsi in un puro canale della misericordia divina, offrendo a milioni di peccatori quella luce che la sua stessa anima, per lunghi anni, non riuscì più a scorgere.
Nel frattempo Ars si trasforma nel confessionale d’Europa. Folle oceaniche deviano i percorsi delle ferrovie per raggiungere il borgo. Negli ultimi anni del suo apostolato, quel prete ridotto a uno scheletro vivente passa fino a 16 ore al giorno dietro la grata, leggendo nei cuori, piangendo con i penitenti e strappando milioni di anime alla disperazione.
Consumato dall’amore e dal digiuno, Giovanni Maria Vianney muore nella più assoluta pace dello spirito la notte del 4 agosto 1859, a 73 anni. La terra che aveva trovato deserta lo saluta come un faro di santità. Il suo corpo, rimasto miracolosamente incorrotto, viene sigillato nella basilica nata attorno alla vecchia chiesetta del villaggio.
Nel 1925 Papa Pio XI (1922-1939) lo proclama Santo e, nel 1929, lo eleva a Patrono Universale di tutti i parroci del mondo. Un riconoscimento che Papa Benedetto XVI (2005-2013) ha ribadito con forza nel 2009, proponendolo all’intera Chiesa come il modello più alto di totale dedizione al ministero sacerdotale e di instancabile amore per le anime.
Nella nostra epoca, in cui la Chiesa è talvolta scossa da scandali, stanchezza pastorale e da sacerdoti non sempre all’altezza della loro sublime vocazione – o da pastori che si abbandonano a considerazioni pubbliche estranee ai compiti apostolici – , il Santo Curato d’Ars si erge come un faro luminoso e severo. Egli ci ricorda che il rinnovamento della Chiesa non passa attraverso le competenze manageriali o il successo mediatico, ma attraverso la santità personale e il coraggio della croce. San Giovanni Maria Vianney dimostra che quando un prete scompare per lasciare spazio a Cristo, anche il più piccolo villaggio sperduto può diventare la porta del Paradiso. I mezzi, del resto, rimangono sempre gli stessi: la preghiera, la confessione e l’eucarestia. In definitiva, le crisi di senso delle nostre società “sazie e disperate” altro non sono che crisi di santi.
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