Oggi, 4 giugno, ad Assergi, come da antica consuetudine, si festeggia San Vincenzo Ferreri

Oggi, 4 giugno, ad Assergi, come da antica consuetudine, si festeggia San Vincenzo Ferreri. Riproponiamo uno scritto di Giuseppe Lalli, che fa parte della raccolta dal titolo “Saggi di Religiosità Aquilana”, di cui il 16 agosto è in programma a San Pietro della Ienca la presentazione dell’edizione definitiva nel quadro della XIII edizione della rassegna culturale “Il Giardino Letterario”. (a.g.)

ASSERGI, SAN VINCENZO FERRERI E IL SUO TEMPO (L’ANGELO DELL’APOCALISSE) 

- di Giuseppe Lalli - 

 

Ad Assergi, suggestivo villaggio abbarbicato alle pendici meridionali del Gran Sasso d’Italia, il 5 giugno si celebra da tempo immemorabile la ricorrenza di San Franco eremita. La devozione per il Santo, nel secolo scorso, era diffusa in tutto l'Abruzzo e oltre i confini regionali. Nel 2020, a causa della nota emergenza sanitaria, la festività si è svolta – forse per la prima volta – nella sola dimensione religiosa. L'evento è stato assai significativo e singolare, poiché proprio in quell'anno ricorreva l'ottocentesimo anniversario della morte del santo, il cui transito, secondo la tradizione, sarebbe avvenuto proprio nella notte tra il 4 e il 5 giugno

C’è un’altra circostanza che non può sfuggire ad un cultore di storia del Cristianesimo: il fatto che in quell’anno cruciale ad Assergi, nel giorno che precede la festa patronale, il 4 giugno, come da antica tradizione, si ricordava San Vincenzo Ferreri (Vicent Ferrer, nella lingua della sua terra nativa), un Santo il cui nome evoca la fine del mondo.

Nella storia del cristianesimo, l'inquietudine per i tempi ultimi torna ciclicamente a farsi sentire. L'Apocalisse, il più misterioso libro del Nuovo Testamento, torna a risuonare con forza nelle epoche di crisi più acuta, quando guerre, pestilenze e divisioni politiche e religiose sconvolgono il mondo, e al cristiano sembra di udire il ruggito della bestia infernale e la tromba del Giudizio.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur! è il proverbiale lamento che da sempre accompagna le ore più buie. Ed è proprio in uno di questi frangenti, straziato dalle lacerazioni del Grande Scisma d'Occidente, che si staglia la figura di Vincenzo Ferreri. Domenicano itinerante, non fu solo un predicatore carismatico: fu un vero e proprio "angelo dell'Apocalisse", capace di piegare intere folle al suono di una voce che annunciava, implacabile, la salvezza.

Nato a Valencia nel 1350 da una famiglia aristocratica (il padre era notaio), Vincenzo fin da bambino si distinse per un'intelligenza fuori dal comune e per una naturale bontà d’animo. Ancora giovane, decise di entrare nell'Ordine dei Frati Predicatori, fondato agli inizi del Duecento dallo spagnolo Domenico di Guzman (1170-1221). I membri di questa prestigiosa congregazione sono oggi universalmente noti come Domenicani.

Conseguita brillantemente la licenza in filosofia al termine del noviziato, Vincenzo dà prova nei suoi scritti di saper conciliare fede e ragione. Si trasferisce poi a Barcellona per dedicarsi alla teologia, approfondendo lo studio della Sacra Scrittura e dell'ebraico. Completa infine la sua formazione a Tolosa, alla luce dell'ideale insegnamento di San Tommaso d’Aquino (1225-1274), pilastro del pensiero cristiano di ogni tempo.

Nello stesso anno in cui l'ancor giovane religioso viene nominato priore del convento, un evento eclatante scuote la cristianità: ha inizio il Grande Scisma d'Occidente (1378-1415). Questa grave frattura seguì la cosiddetta cattività avignonese (1309-1377), il periodo in cui la sede del papato fu trasferita ad Avignone, in terra francese. Lo spostamento avvenne con l’elezione di Clemente V (1305-1314), il quale si piegò ai voleri del re Filippo IV il Bello (1268-1314).

Alla morte di papa Gregorio XI (1370-1378), la cristianità piombò in una profonda crisi. Con grande coraggio, il pontefice aveva riportato la sede papale a Roma l'anno precedente, dopo oltre settant'anni di assenza. Decisivo fu l'appello di Caterina da Siena (1347-1380) che con lettere appassionate aveva spronato il papa – da lei definito “il dolce Cristo in terra” – a tornare nell'Urbe. Nonostante le violente tensioni tra le fazioni romane, fu eletto al soglio l'italiano Urbano VI (1378-1389). Tuttavia, la maggior parte dei cardinali francesi dichiarò nulla l'elezione. Riunitisi a Fondi, elessero un antipapa, il francese Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII (1378-1394). Poiché non riuscì a scacciare Urbano VI da Roma, Clemente VII riportò la corte ad Avignone. Ebbe così inizi il Grande Scisma d'Occidente, un triste periodo che vide la contemporanea presenza di due e, in seguito, addirittura tre papi rivali prima della ricomposizione della frattura.

L'anno successivo, gran parte dei cardinali francesi dichiarò nulla l'elezione. Riuniti ad Anagni, elessero come antipapa il francese Clemente VII (1378-1394) il quale, impossibilitato a insediarsi a Roma, ristabilì la curia pontificia ad Avignone. Si aprì così una profonda frattura nella Chiesa, che divise l'Europa occidentale e che, alla vigilia della sua ricomposizione, arrivò a contare contemporaneamente ben tre pontefici.

A Valencia, in quel periodo, Vincenzo si dedicò con fervore all’assistenza degli orfani, all’educazione dei giovani e alla pacificazione delle famiglie cittadine. Nel 1380 ricevette l'ordinazione sacerdotale dal Cardinale d’Aragona, Pedro Martínez de Luna y Pérez (1328-1423), futuro legato pontificio per la Spagna dell'antipapa Clemente VII. Avendo rinunciato all'incarico di priore, Vincenzo seguì il porporato – che lo stimava profondamente – nella sua missione diplomatica, volta a spingere i principi iberici all'obbedienza verso la corte pontificia di Avignone.

Alla morte di Clemente VII (avvenuta nel 1394), il cardinale Pedro Martínez de Luna y Pérez gli succedette con il nome di Benedetto XIII (1394-1423). Quest'ultimo chiamò ad Avignone il suo fervente collaboratore Vincenzo Ferreri, nominandolo cappellano, penitenziere apostolico, consigliere e confessore personale.

Ad Avignone, intanto, la situazione precipitava rapidamente. Benedetto XIII si ritrovò isolato e, il 1°settembre 1398, la stessa Francia gli revocò la propria obbedienza. Naufragati i negoziati per l’unità della Chiesa, le truppe del maresciallo Jean II Le Maingre   (1366-1421), detto Boucicaut, cinsero d’assedio la città.

Di fronte all'impossibilità di riunificare la cristianità attorno al pontefice, Vincenzo cadde in una profonda crisi spirituale e fisica, trovando rifugio presso i monaci benedettini. Lì, il 3 ottobre 1398, dichiarò di essere guarito miracolosamente in seguito a una visione: Gesù Cristo, accompagnato da San Domenico e San Francesco, gli affidò la missione di riunire la Chiesa e l’Europa sotto un unico pastore. Un compito che avrebbe avuto la benedizione di Caterina da Siena (1347-1380), la quale, con lucida e devota obbedienza, aveva sostenuto fin dal principio il papa romano Urbano VI (1378-1389).

Degno di nota è il fatto che Vincenzo, con grande realismo ed esercitando la libertà di spirito che gli deriva da una profonda ricchezza interiore, in tutti questi anni non smetta mai di esortare Benedetto XIII, il papa avignonese, cui pure si sente legato da sentimenti di stima e di riconoscenza, a fare un passo indietro, dimettendosi, e creare così le condizioni di una ritrovata unità cristiana. A ciò si lega un altro aspetto fondamentale della sua instancabile missione: la difesa del Cristianesimo come fattore di coesione di quell’Europa in cui, nell’incipiente età moderna, il potere papale e quello imperiale iniziano a mostrare i segni della decadenza.

Sullo sfondo di un'epoca segnata da una profonda confusione morale, da immani tragedie collettive – quali pesti, guerre e terremoti – e da aspri dissidi interni alla Chiesa, la predicazione forte e appassionata di Vincenzo Ferreri non cessa di ammonire i contemporanei. Egli ricorda che Dio è misericordioso ma non dimentica, e che la verità e la carità devono sempre camminare di pari passo; un monito che, a distanza di secoli, conserva intatta la sua sconvolgente attualità.

Segno di contraddizione e incarnazione del mistero cristiano più che mai, nel grande predicatore spagnolo convivevano uno spiccato spirito profetico e un rigoroso impegno storico, unendo il richiamo alle cose ultime alla viva attenzione per le problematiche del suo tempo. La sua predicazione fu una sorta di perenne Pentecoste: pur esprimendosi unicamente in valenziano, la sua lingua, la sua voce veniva miracolosamente compresa da tutti. I biografi testimoniano che in vita guarì i malati, liberò gli indemoniati e resuscitò i morti, riuscendo soprattutto a operare una profonda conversione nei peccatori più incalliti.

Intellettuale votato all’azione, in gioventù insegnò logica e dialettica ai novizi del suo monastero. Alle sue lezioni partecipavano anche laici, attratti dall’irresistibile eloquenza con cui esponeva argomenti di filosofia e  teologia. L'intenso apostolato non lo distolse, tuttavia, dalla composizione di testi ascetici. La sua opera più celebre, nota in italiano come Trattato della vita spirituale (composta tra il 1394 e il 1407), è un capolavoro di mistica pratica. Pensato non per complesse dispute teologiche, il testo guida le anime umili verso l'unione con Dio attraverso il raccoglimento, la purezza interiore e il totale abbandono alla volontà divina.

San Vincenzo Ferreri morì il 5 aprile 1419 a Vannes, in Bretagna, dove ancora oggi si conservano le sue spoglie nella cattedrale. La sua fama di santità, alimentata dai numerosi prodigi attribuiti alla sua intercessione, portò alla canonizzazione ufficiale proclamata da papa Callisto III (1455-1458) il 29 giugno 1455, dopo averne riconosciuto le virtù eroiche il 3 giugno dello stesso mese. In Italia il culto si radicò profondamente nel Meridione: qui il frate domenicano fu invocato come potente protettore del Regno, al pari di San Francesco da Paola (1416-1507), e, insieme a Sant'Emidio d'Ascoli, (273 o 279-303 o 309), come speciale baluardo contro i terremoti.

Ad Assergi il culto di San Vincenzo Ferreri è radicato almeno a partire dal XVI secolo. Ne è una preziosa testimonianza la presenza nella chiesa parrocchiale di un altare a lui intitolato, menzionato per la prima volta durante la visita pastorale del 13 ottobre 1577 del vescovo dell'Aquila Giovanni de Acuña (1561-1578). Originario della Spagna, il presule volle l'altare nella navata settentrionale, collocato tra la cappella di San Franco e una nicchia affrescata.  (Cfr. D. GIANFRANCESCO, Assergi e San Franco eremita del Gran Sasso, Roma, abete grafica s.p.a., 1980, nota (269) a p. 163).

Da bambino, nato e cresciuto ad Assergi, subivo una profonda soggezione – quasi un timore reverenziale – di fronte alla statua di quel santo così particolare. Mi appariva austero, avvolto nella tonaca bianca e nel lungo mantello nero dei Domenicani. Con la mano sinistra reggeva un libro aperto, mentre l'altra indicava risolutamente il cielo. A completare quell'immagine misteriosa, una piccola fiamma incoronava la sua testa rasata e due ali dorate spuntavano dalla schiena.

Solo più tardi avrei compreso il significato di quegli abiti: la tonaca e il mantello richiamavano l'ordine dei Domenicani, al quale Vincenzo apparteneva. Il suo intero apostolato è riassunto dal motto inciso sul libro che sorregge: “Timete Deum et date illi honorem” (Temete Dio e rendetegli onore), un invito tratto dall’Apocalisse che ben sintetizza il tono appassionato dei suoi sermoni.

Ogni dettaglio della sua figura trasmette un messaggio spirituale ben preciso. La mano alzata verso l'alto indica la meta soprannaturale a cui l'uomo deve sempre tendere, mentre la fiammella sul capo simboleggia l'assistenza dello Spirito Santo, a somiglianza delle lingue di fuoco scese sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Infine, le ali richiamano l'appellativo di “Angelo dell'Apocalisse”: un predicatore infuocato che ammoniva i contemporanei sulla fine dei tempi, ma anche un serafino guidato da un'immensa bontà, desideroso di guidare le anime sulla via della salvezza eterna.

Gli assergesi delle passate stagioni, con quella felice intuizione soprannaturale che spesso ha accompagnato il popolo cristiano attraverso i secoli, hanno voluto accostare le figure di San Franco eremita e di San Vincenzo Ferreri, due personalità assai diverse, per il contesto storico e sociale nel quale nacquero e vissero, per la formazione intellettuale ricevuta, per lo stile di Santità che praticarono: l’uno, votato quasi interamente alla contemplazione, l’altro, sviato nell’azione.

Eppure, come non cogliere in questa diversità una incomunicabile verità evangelica, vale a dire che la solitudine contemplativa di una vita che si consuma in una spelonca o nella cella di un monastero è il vero propellente, invisibile ma efficace, di ogni autentico apostolato cristiano, anche quando esso si svolge, come nel caso di San Vincenzo Ferreri, nella solennità di una corte pontificia o nel clamore di una piazza medievale.

Altre due singolari coincidenze ci è dato di cogliere: Vincenzo Ferreri, come si richiamato, fu dichiarato Santo il 3 giugno, Franco, secondo la tradizione, lasciò l’abitazione terrena la notte tra il 4 e il 5 giugno; per San Vincenzo, si sono celebrati i 600 anni dalla morte nel 2019, per San Franco gli 800 anni dalla morte si sono celebrati nel 2020.

 



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