UN AQUILANO NATO A FILETTO ESPORTA LE NOSTRE TRADIZIONI ATTRAVERSO I SUOI PLASTICI IN MOLISE
Posted by Antonio Giampaoli
| 2025-12-12 | Commenti: 0 | Letto 10767 volte
UN AQUILANO NATO A FILETTO ESPORTA LE NOSTRE TRADIZIONI ATTRAVERSO I SUOI PLASTICI IN MOLISE
- di Giovanni Altobelli -
SI INAUGURA IL 13 DICEMBRE A PESCHE PROVINCIA DI ISERNIA LA MOSTRA “ IL PRESEPE NEL PRESEPE” GIUNTA ALLA XXII EDIZIONE
La mostra di forte valenza nazionale raccoglie un numero considerevole di artisti, quest’anno si aggiungerà ad essi il nostro mastro Giuseppe (come veniva definito il nonno da cui ha ripreso nome e talento), come già accennato nei miei precedenti scritti. Conoscendo personalmente Giuseppe, apprezzando le sue qualità umane e artistiche.
Dalla pubblicazione edita da One Group nel 2009 riprendo alcune righe del dott. Calcedonio Tropea allora Direttore Museo Nazionale D’Abruzzo oggi scomparso nel suo ” Lacerti della memoria evocati in piccole amorevoli realtà”: L’opera di Giuseppe Scarsella è ormai contrassegnata da un lungo percorso che ho avuto la ventura di seguire fin dall’inizio annoverandomi tra i più convinti e fedeli suoi estimatori, attraverso il quale egli è riuscito a conferire ad una attività a carattere amatoriale, qual era verosimilmente ai suoi esordi, la levatura e la dignità di un autentica produzione artistica. Non serve diffondersi sulla bellezza dei suoi plastici, apprezzati ed amati da quanti hanno avuto modo di ammirarli: essa si evidenzia ictu oculi, per il loro coinvolgente e commovente realismo. Mi preme, piuttosto, cogliere in essi dei tratti per me significativi, con alcune brevissime considerazioni; innanzitutto, non posso fare a meno di avvertire, come una componente fondamentale del suo talento, la profonda conoscenza dei materiali che li caratterizza. Scarsella ha un dono non comune: la capacità di penetrare la materia, di indagarla, interpretarla, sviscerarla. Egli sente la materia; non si spiegherebbero diversamente la grazia, l’intelligenza, la sensibilità di cui sono pervasi quei gradini corrosi, quei legni scheggiati e anneriti, quei mattoni pericolanti, quelle pietre malferma, in cui i poverissimi materiali da cui sono ricavati vengono ad essere come vivificati. Ma vi è un altro aspetto, nel quale presumo debba risiedere la motivazione più profonda della forte suggestione che scaturisce dalle sue opere migliori; in esse, attraverso uno studio analitico del particolare, sul quale l’autore sembra indugiare con una insistenza che non può essere priva di significato, la materia viene rappresentata in uno stato di estrema fatiscenza, come all’ultimo atto prima della consumazione finale. Ebbene, in questo ritengo debba ravvisarsi una nota acuta di drammaticità che trascende l’idillio apparente del quadretto di genere che queste rappresentazioni, di elevato contenuto scenografico, sembrerebbero proporci: assistiamo al disfacimento della materia che precede e prelude al suo annientamento, con forte richiamo alla caducità del tempo, della umana esistenza e della storia.
Immagini evocative e fantasmagoriche di un passato, pur recente, ma ormai perduto per sempre, esse sembrano traslocare sotto i nostri occhi: di qui il pathos che sostanzia, fatto di quel sottile, indefinibile senso di nostalgia, di malinconico rimpianto che i brasiliani rendono con il termine intraducibile di saudate. Un mondo, ancora vivo e pulsante negli anni Cinquanta, rivive nel ricordo di quella generazione che ha fatto appena a tempo ad averne sentore, divenendo fuggevolmente depositaria di un patrimonio culturale che affondava le sue radici nella notte dei tempi, senza più a chi trasmetterlo. Di qui il senso acuto e luttuoso della perdita, della privazione di una realtà amata e consolidata, dal quale sono e saranno immuni le più recenti e le future generazioni.
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