IL DITO DI DIO TRA LE PIEGHE DELLA STORIA

Siamo lieti di proporre ai nostri lettori questa intensa riflessione di Giuseppe Lalli, attento studioso di storia e del pensiero cattolico, nonché una delle primarie e più apprezzate firme del nostro giornale. In questo saggio lirico, che si conclude con un limpido omaggio poetico, l’autore ci conduce tra le pieghe della micro-storia e degli archivi parrocchiali, riscoprendo il senso profondo della memoria e la presenza silenziosa dell’Eterno nelle vicende degli ultimi. (a.g.).

  

IL DITO DI DIO TRA LE PIEGHE DELLA STORIA (I respiri dell’eternità nascosti nella carne dei piccoli)

 -  di Giuseppe Lalli -

                                                                                    

                              Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo:

                              non bisogna dormire durante questo tempo

                              – Blaise Pascal, Pensieri (553)

 

Quando il poeta e filosofo tedesco Friedrich Schiller (1759–1805) definiva lo storico come «un profeta che guarda all’indietro», non suggeriva un paradosso, ma indicava una precisa disposizione dell’anima. Il passato, infatti, per chi possiede gli occhi e il cuore per decifrarlo, è davvero ricco di profezie.

Tra le pagine della grande storiografia ufficiale, i conti non sempre tornano: la rigida concatenazione di causa ed effetto si rivela spesso un abito troppo stretto per contenere la complessità e la profondità della vicenda umana. La più raffinata metodologia della ricerca storica non riesce a rendere conto di tutto ciò che avviene; rimane sempre, indecifrabile, una dimensione di mistero che trasuda dalle pieghe dei fatti e dai volti dei personaggi, il segno tangibile che la storia non obbedisce a leggi  meccaniche, ma è un percorso complesso e imprevedibile allo sguardo meramente umano.

È in questa faglia del tempo che si inserisce la micro-storia. Io che scrivo queste modeste note amo da sempre riportare alla luce i fatti minimi, all’apparenza insignificanti, convinto che siano frammenti di una verità più alta e nascosta. Racconti di povera gente e vite dei santi, espressioni di devozione popolare e fenomeni soprannaturali: sono respiri di eternità che non trovano posto nei manuali ufficiali. Eppure, è proprio in questa penombra della grande storia che si nasconde il battito più autentico dell’umanità.

Mi è capitato a volte, muovendomi nel silenzio degli archivi, di avere tra le mani i registri di nascita e di morte di persone del mio paese vissute in altre epoche. Erano spesso anime semplici di cui avevo sentito parlare solo nei racconti sbiaditi dal tempo, esistenze umili di cui mai nessuno si era interessato: uomini e donne poveri, e soprattutto bambini, strappati alla vita in tenera età da malattie che oggi consideriamo curabili e che allora erano fatali. Ebbene, tra quelle carte ingiallite, io quelle persone le ho accarezzate a lungo con lo sguardo; quei bambini, nel segreto del mio cuore, li ho fatti risuscitare e li ho restituiti ai loro genitori. Ho creduto fermamente che oggi siano felici, e ho coltivato la speranza che un giorno, oltre i confini del tempo, mi vengano incontro con un sorriso di dolce riconoscenza.

È in momenti come questi che lo studio del passato smette di essere pura erudizione e si fa liturgia. L’inchiostro sbiadito dei vecchi curati e i fogli logorati dall’umidità cessano di essere semplici documenti; diventano varchi attraverso i quali il tempo si annulla. Lo storico, così, non è più un freddo anatomista di fatti compiuti, ma colui che riscatta dall’oblio coloro di cui solo Dio si ricorda, restituendo loro il diritto a una seconda vita.

Se la storiografia ufficiale ha bisogno di grandi eventi per giustificare le proprie pagine, la storiografia del cuore si alimenta di queste tracce minime. Ricreare quel legame spezzato, ridare un volto a chi è stato inghiottito dal silenzio dei secoli, significa opporsi alla brutalità della morte. In questa stanza d’archivio, dove la polvere danza nella luce calante del pomeriggio, ecco che si compie il paradosso di Schiller: lo sguardo rivolto all’indietro si fa profezia di un incontro futuro, promessa che nessuna vita – per quanto breve o umile – è andata perduta per sempre.

Eppure, quando metto in rapporto questi fragili frammenti di umanità con la grande storia – quella scritta nei libri di testo, quella delle guerre, degli imperi e dei potentati, dominata unicamente dalla forza bruta – una domanda si fa strada con urgenza. Di fronte a questa macro-storia, che sembra essere l’eterna epopea della forza – non è forse l’Iliade il poema della forza? Non è forse l’impero romano la celebrazione della potenza in terra? – viene da chiedersi dove mai si sia cacciato Dio. Del resto, di un Deus absconditus, di un Dio nascosto, ci aveva già parlato il profeta Isaia.

Dinanzi al fragore delle armate e al trionfo dei conquistatori, lo sguardo umano si lascia abbagliare dal potere. Se la storia visibile è il regno del sopruso, parrebbe che il Creatore abbia abbandonato l’uomo alla legge del più forte.

Ma è proprio l’intuizione del profeta a ribaltare la prospettiva: Dio non abita la superficie solcata dai carri dei vincitori; Egli si nasconde proprio tra le pieghe della storia. Mentre il mondo celebra la forza che distrugge, il Dio nascosto si manifesta nella fragilità che resiste. Dio non si trova nelle cronache dei grandi imperi, ma tra le pagine di un vecchio registro parrocchiale; non vive nel gesto dei potenti, ma nella verità del dolore che non ha nome.

La storia della forza è l’illusione del momento; la memoria della pietà è ciò che resta. Il ricercatore che si china sui dimenticati non fa che assecondare questo sguardo, scoprendo la presenza di Dio nella polvere della storia, e opponendo al silenzio del tempo la certezza dell’amore. È allora che vado alla ricerca di quel Dito invisibile che agisce nella trama dei secoli.

Scorgo così l’immagine del Cristo, destinato ad essere «in agonia fino alla fine del mondo», come scrive Blaise Pascal (1623–1662). Di un Dio che stende le braccia sulla croce per accogliere il dolore del mondo ci parla solo il Vangelo: la buona notizia annunciata a chi sa ancora sperare. Quest’agonia non è una sconfitta, ma la condivisione assoluta del dolore: ogni vita spezzata, ogni pianto dimenticato, trova posto in quell’abbraccio sul Golgota.

La speranza cristiana suggerisce che la nostra parabola terrena non si esaurisca nel fragore delle armi, ma custodisca una promessa ultima di luce. Nell’ultimo giorno, quando la scena delle grandi illusioni terrene sarà squarciata per lasciare spazio alla contemplazione della storia vera, assisteremo a un radicale e silenzioso ribaltamento: i potenti della terra appariranno spogliati delle loro corone di fumo, mentre i volti semplici della povera gente – riaffiorati dalle vecchie carte,  incontrati nei vicoli di uno sperduto paese o apparsi nel mistero di un sogno – risplenderanno di una bellezza incorruttibile, incorniciati dal sorriso degli angeli.

Anche quegli avvenimenti che apparivano insignificanti, che nessun libro e nessun giornale hanno mai registrato – piccoli atti d’amore, piccole fedeltà coltivate, piccoli sacrifici e rinunce quotidiane per rendere la vita più gradevole a chi ci è stato vicino; o un saluto, un sorriso, una stretta di mano, un’offesa dimenticata – saranno tante piccole pietre preziose da presentare all’altare dell’Eterno: l’unico vero tesoro accumulato nel segreto e sottratto alla polvere del tempo.

È nel silenzio di quei respiri d’eternità di cui ho parlato che germogliano i versi che seguono.

 

AL CIMITERO DELL’AQUILA IN UN POMERIGGIO DI PIOGGIA

Al di là della vetrata

d’una cappella,                                             

mi colpisce la                                    

dolce immagine                                                       

di una bambina.                                           

Leggo la scritta:                                            

“Se i fiori vivessero                                      

di lacrime,

quelli che vedo piantati

sulla tua tomba                                 

non marcirebbero mai,

bianco fiore presto reciso

e trapiantato Altrove:

piccolo angelo.”

 

E penso: chissà quanti

piccoli dolci sorrisi

e quanti fruscii d’ali

mi circondano in questo

momento.

Faccio silenzio…

e le gocce d’acqua

che scendono dal cielo

mi paion tante stille

di luce e di speranza.

 

Dio esiste, e ci attende

sull’altra sponda.

E se non lo vedremo,

lo farà apparire

il nostro amore.



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