“Teofilo Patini, cronista col pennello” (A. De Nicola, One Group). Recensione di Enrico Cavalli
Posted by Antonio Giampaoli
| 2026-10-17 | Commenti: 0 | Letto 168 volte
“Teofilo Patini, Cronista Col Pennello” (A.DeNicola, Onegroup, L’Aquila, 2026).
E’uscito di recentissimo “Teofilo Patini, Cronista Col Pennello” (Onegroup, L’Aquila, 2026), scritti da Angelo DeNicola, riscuotendo immediato e meritato successo di pubblico e critica.
Trattasi di un notevole inquadramento di un artista rilevantissimo nell’800 “figurativo” non solo italiano perché interprete lucido della società che visse.
DeNicola, oltre a ricostruire le trame del personaggio (Castel DiSangro, 1840-Napoli, 1906), ne delinea l’alta funzione civile, le sue tele, infatti, sono la assunzione di un precipuo ruolo sociale
Pur nelle sue frequentazioni a Roma, poco avvezza al contatto coi problemi perché “larga di vie e piazze”, e, Napoli “che fa vedere meglio” nei suoi meandri la miseria delle genti, Patini, resterà legato all’Abruzzesità che vuol dire oltre la natia terra sangrina, Sulmona, per un rapporto con l’antropologo del folklore Antonio DeNino, Calascio, lo stacco verso l’altitudine della religiosità, San Demetrio Ne’Vestini, le iconografie suggestive nella magnificenza Cappelli, L’Aquila, lo “studium” formativo di “creativi” fino a tutto il’900 locale di fatto (diversi gli allievi che completeranno installazioni del “Maestro”).
Al volgere del secolo XIX, l’abbandono da parte di Patini del decorativismo in nome della “questione sociale”, con la circostanza di un “occultamento” della sua firma nei quadri a coincidenza di ingresso nella “libera muratoria”, verosimilmente; “spiegazione” di questa criticità di Patini, forse, nei suoi primissimi ispiratori, lo scienziato darwiniano roccolano Salvatore Tommasi (intitolatagli la Biblioteca Provinciale dell’Aquila) e l’hegeliano e politico bombese Bertrando Spaventa (“pro zio” del pescasserolese Benedetto Croce).
Un crogiuolo di conoscenze e capacità abruzzese che il “cronista col pennello” mette a frutto in opere (sinotticamente rintracciabili nel Libro ”ad adiuvandum” del Lettore), mercè il sostegno della Amministrazione Provinciale dell’Aquila che comprende del valore di una produzione artistica come non se ne vedeva dal “400 d’Oro”.
Dallo “sguardo” di Patini, si incalana lo stesso relazionamento fra la cultura, quindi, la società ed istituzioni che devono emancipare i vari ambiti umani e non in meccanicismi “Neo Illuministi o Positivisti”(di questo avviso, non sarebbe DeNino, chiosa DeNicola); una parabola, passante dalla influenza risorgimentalista (ebbe militanza nella “Guardia Nazionale” anti brigantaggio Postunitario), alla massoneria (gli si intesterà una “Loggia” in Via Sassa nn.3-4), donde, al Socialismo non ufficiale, parimenti, approdando in modo intimo alla religiosità scomodante riflessioni della ierocrazia aquilana.
Sui vari momenti pittorici patiniani, DeNicola, sinotticamente, ne offre traccia ad ausilio del Lettore, però, comprensibilmente, soffermandosi sulla “Trilogia Sociale” un “nodo fondativo del mondo figurativo nazionale”; fatto è che il Libro, si incentra su quanto svolge il grande sangrino tra il laboratorio di Palazzo Ardinghelli (vi riceverà i Savoia a fine ‘800) e la “Scuola di Arti e Mestieri”, cui farà da direttore (su “voto” dello scrittore e viaggiatore sabaudo Primo Levi alla municipalità), una “officina” incidente oltre che per formazione di incisori, scultori, pittori, xilografici, fotografi, nella dinamica urbanistica e sociale, a ragione delle mutevoli localizzazioni ed una volta alla Villa Comunale vicino all’Emiciclo ottocentesco (spuntandovi una “Casa delle Associazioni Sportive”), la “S.D’A&M”, di richiamo nazionale, a “Teofilo Patini” dedicata nel 1906, diverrà il “(Regio) Istituto Tecnico Industriale”.
Altro aspetto trattato dal Libro, la polemica sulla “restituzione” alla “Piazza del Teatro Comunale”, della statua bronzea (realizzata da Sabatino Tarquini un allievo della “S.D’A.&M” nel 1925), di Patini, laddove, secondo una di quelle letture dominanti, sarebbe stata abbattuta nella iconoclastia fascista (perché il basamento del manufatto medesimo non usato per farne cannoni, giustamente, ci si pone la domanda?), dacchè, nella ricostruzione del dibattito cittadino, posto che lo stesso Sindaco ci tiene ad evitare “falsi storici” nell’”Aquila Capitale della Cultura”, l’auspicio, a prescindere dalla (ri) produzione di una momumentalità è di ricostruire una memoria di Patini, ora, “ristretta” alla intitolazione della “Scuola Media Inferiore Statale”.
La seconda parte del Libro, scorre dai giudizi di altri importanti corregionali sulla attività di Patini, Gabriele D’Annunzio, lo vede come un espositore della realtà, Edoardo Scarfoglio, gli attribuisce il merito di sottrarre le indigenze alla caricatura ed apparati ideologici; all’analisi meditata del passaggio al “sacro”, spegandosi per DeNicola nella necessità dell’artista di scorgere l’”anima”, quasi a “schiarire” in un disegno provvidenziale il “travaglio” delle “bestie da soma”.
Una svolta nella riscoperta di Patini, dunque, la discussione sulle modalità di rappresentazione non soltanto localistica di cotanta eredità, nel secondo dopoguerra con mostre, cataloghi di insigni studiosi (Cosimo Savastano, Ferdinando Bologna, Pasqualino DelCimmuto), il trasferimento dal Castello cinquecentesco della panoplia patiniana al “Museo Nazionale d’Abruzzo” nel 2015, ha dato il senso ulteriore senso di rinascita attraverso la cultura del Capoluogo D’Abruzzo dopo il sisma del 6 aprile 2009.
Da Napoli, le spoglie di Patini, portate a Castel DiSangro in grande e partecipata cerimonia ufficiale nel maggio 2025 (la sua città natale gli dedicò lo “Stadio Comunale”), atteso che le istituzioni non possono eludere la responsabilità di divulgare il “primo vero narratore civile dell’Italia Postunitaria” che invita a capire con lo “sguardo” l’uomo di ogni tempo.
Enrico Cavalli
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