ERCOLE, SAN MICHELE E IL MARE - di Angelo De Angelis
Posted by Antonio Giampaoli
| 2026-10-04 | Commenti: 0 | Letto 170 volte
ERCOLE, SAN MICHELE E IL MARE.
Oggi, quattro ottobre, abbiamo raggiunto il mare.
Riavvolgo indietro il nastro della vita di cinque giorni.
Ventinove settembre: una data come un’altra per chi vive nel XXI secolo, che al più fa pensare ad un grande poeta, che ne ha fatto il titolo di una delle sue stupende canzoni.
Fino a settant’anni fa quella data, per chi è nato in Abruzzo, era legata ad uno dei maggiori eventi dell’anno; il ventinove settembre è dedicato a San Michele Arcangelo e gli abruzzesi più vecchi associano quel giorno alla transumanza ed alla partenza delle greggi verso i pascoli invernali del tavoliere delle Puglie. Un popolo di uomini organizzati secondo una rigida gerarchia partiva a piedi dai monti dell’Abruzzo: il garzone, il pastore, il cavallaro, il caciaro, il massaro, ognuno con i suoi compiti da svolgere, ognuno con il suo povero bagaglio a mano riposto dentro un sacco di vello di pecora ed ognuno col suo bagaglio di esperienza, di fatica, di sacrificio e di speranza. Provenivano dalle vallate di Roio, di Lucoli, di Scoppito, di Barete e dell’Alta Valle dell’Aterno, di Campotosto: si ritrovavano sotto la basilica di Collemaggio proprio il 29 settembre: venti addetti per duemila pecore; le pecore erano milioni e l’umanità al seguito era formata da un esercito di decine di migliaia di persone.
Lungo il cammino si univano a loro altre legioni di migranti stagionali dalle vallate ai piedi della catena del Gran Sasso, della Maiella e degli altri monti dell’Abruzzo interno, percorrendo una rete di tratturi la cui remota origine, ne ho già parlato, va ricercata nella protostoria e nella storia delle antiche tribù italiche. Una lenta processione che durava oltre un mese, dove erano preghiera le azioni semplici di condurre il gregge, mungere il latte, fare il formaggio, cucinare alla “cottora” e mangiare la pecora vecchia che non ce l’avrebbe fatta a raggiungere la meta, ascoltare l’ululato del lupo che di notte tendeva imboscate alle bestie che si erano attardate staccandosi dal gregge; una lenta processione dove era preghiera la gioia di una bella giornata di sole, la carezza degli ultimi raggi estivi, la bestemmia per il primo freddo autunnale e la pioggia che bagnava il volto e la mantella, che raggelava il corpo ed il cuore. Una lenta processione dove era preghiera montare uno stazzo a sera, e tirare a fare l'alba facendo festa con gli abitanti del luogo.
Un fenomeno politico, sociale e culturale che aveva un peso economico enorme: a partire dal XV secolo il bilancio del Regno di Napoli ebbe come voce più importante quella delle entrate fiscali legate alla pastorizia ed alla transumanza gestite dalla “Regia Dogana per la Mena delle Pecore in Puglia”, che aveva sede a Foggia. C’era poi la “Doganella degli Abruzzi”, che si occupava della tassazione delle greggi che restavano in Abruzzo, anziché transumare verso la Puglia. Ma trassero linfa da quel fenomeno già i Romani a partire dal 290 A.C., e poi i Normanni, gli Aragonesi, gli Spagnoli, i Francesi, i Borbone: ciascuno con le proprie leggi ed il proprio metodo di riscossione delle tasse. Con i proventi della pastorizia furono erette meraviglie come il paese di Pescocostanzo, le basiliche di Collemaggio e di San Bernardino a L’Aquila, palazzi meravigliosi impreziositi da affreschi ed opere d’arte. Diceva il prof. Alessandro Clementi, storico medievalista, mentre passeggiavamo per le strade ed i vicoli del centro storico dell’Aquila: ”senti, senti, annusa queste pietre … profumano di pecora”.
Il culto di San Michele Arcangelo, rappresentato con la spada in pugno, si diffuse in Abruzzo e Puglia a partire dal V secolo; poco dopo spodestò definitivamente, nella devozione popolare, Ercole, che per oltre duemila anni era stato invocato a protezione dei pastori e dei soldati.
È diventato per me, da tanti anni, appuntamento fisso rivivere l’esperienza millenaria della transumanza a partire proprio dal 29 settembre; si inizia dalla basilica di Collemaggio ed in dieci giorni si percorre a piedi il Regio Tratturo Magno dall’Aquila a Foggia: dieci giorni di fatica e di sacrificio, di nuove amicizie cementate dal comune sforzo, dieci giorni di piena immersione nel mondo agropastorale vissuto dai miei avi paterni, che da Roio annualmente calpestarono quei sentieri.
Di loro non conosco che qualche nome e, solo per alcuni, la data di nascita o di morte; di qualcuno conosco il mestiere: pastore.
Quel mio peregrinare mi ha fatto carpire un po’ della loro vita e della loro anima. Tra tutte le sensazioni e le emozioni vissute, una in particolare ogni volta mi commuove: la vista del mare quando, nei pressi di Casalbordino, il tratturo lascia la direttrice più breve e meno faticosa per fare una deviazione fino alla spiaggia e poi, lungo un litorale selvaggio, fin’oltre San Salvo. Gli occhi miei di bambino, quando a cinque anni per la prima volta hanno visto la terra affogare in un mondo fatto di acqua senza confini, non eguagliano lo stupore di me, ormai vecchio, che vede le onde del mare infrangersi su scogli e spiagge conosciute, ma ora deserte e che sembrano mai calpestate da bagnanti festosi e caciaroni. La fatica e la stanchezza accumulata nei giorni precedenti svaniscono alla vista di quel mondo fatto di austero splendore dove la natura prende il sopravvento sull’uomo e lo soffoca con la sua semplice bellezza e la sua forza selvaggia. Mi viene ogni volta di ripensare ai miei avi che all’età di quindici anni, poco più che bambini, vissuti fino ad allora in un piccolo mondo circondato da aspre montagne, raggiungevano il mare: ed ogni volta capisco e rivivo la loro emozione ed il loro stupore; parlai una volta di queste sensazioni con il mio amico Pierluigi, mentore per un numero infinito di anni dell’esperienza comunitaria del tratturo, profondo conoscitore del mondo pastorale; mi disse: “è per vivere questa emozione che un tempo ci si allontanava dal tratturo principale e si allungava il cammino di tanti, faticosi passi. La maggior fatica era ripagata da questo spettacolo ed i più vecchi ci tenevano a rivivere essi stessi e far vivere le tue stesse sensazioni ai ragazzi che per la prima volta affrontavano il tratturo”.
Oggi ho visto il mare. L'ho visto con occhi stupiti di bambino, l'ho visto con gli occhi stupiti dei miei avi pastori.
Domani, chissà, continueremo a camminare!
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