Campo Nevada, il sogno mai compiuto della stazione sciistica della Fossa di Paganica

Campo Nevada, il sogno mai compiuto della stazione sciistica della Fossa di Paganica

 

 

L'AQUILA — Per un breve periodo, tra gli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, nella Fossa di Paganica sembrò possibile la nascita di una nuova grande stazione turistica invernale. Un progetto ambizioso, pensato per trasformare una delle conche ai piedi di Monte Cristo, affacciata verso Campo Imperatore, in una moderna destinazione per gli appassionati di neve e sci. Il nome scelto dal suo ideatore, l'imprenditore ferrarese Vittorio Rimondi, diceva già tutto: Campo Nevada.

La storia comincia nel 1963, quando Rimondi acquista una vasta area nella Fossa di Paganica. Di fronte a quei prati ancora sostanzialmente incontaminati, l'imprenditore individua una combinazione che, negli anni del grande sviluppo del turismo montano italiano, appare particolarmente promettente: quota, esposizione e pendii adatti alla pratica dello sci, oltre alla vicinanza con il massiccio del Gran Sasso.

L'idea, però, non è quella di realizzare semplicemente una struttura ricettiva con una piccola sciovia. Il progetto guarda molto più lontano. L'obiettivo è creare un vero centro turistico montano, destinato progressivamente a svilupparsi verso Monte Cristo e a inserirsi nel crescente mercato delle vacanze sulla neve.

Il progetto prende forma

Già nel 1966 le società riconducibili all'iniziativa cominciano a lavorare al collegamento con Monte Cristo. Bisogna però attendere il 1968 perché il progetto entri concretamente nella fase di realizzazione. A dare impulso ai lavori contribuisce anche un finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno, in un periodo nel quale gli interventi pubblici puntano a favorire lo sviluppo economico e turistico delle aree montane e del Mezzogiorno.

Nella conca cominciano così a comparire le prime strutture del futuro comprensorio. Tra queste c'è il caratteristico motel dalla pianta circolare, probabilmente l'edificio più riconoscibile dell'intero progetto. Accanto viene realizzato il Rifugio Lutetia, pensato per una clientela più semplice. Il nome richiama l'antica denominazione latina di Parigi, Lutetia.

A completare il primo nucleo turistico arrivano anche un ristorante e due impianti di risalita, indicati nelle ricostruzioni storiche come Fossa di Paganica 1 e Fossa di Paganica 2.

Sul nome del motel, tuttavia, la documentazione disponibile non appare univoca: nelle diverse ricostruzioni viene indicato alternativamente come Valparaiso o Valparadiso. Analogamente, rimangono da verificare con documentazione certa alcuni dettagli tecnici e cronologici attribuiti al progetto, tra cui la presunta firma della Ceretti & Tanfani sugli impianti e l'ipotesi di un'inaugurazione nel marzo del 1969.

Sono elementi che raccontano anche la difficoltà di ricostruire oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, una vicenda rimasta per lungo tempo ai margini della memoria turistica locale.

Gli anni del boom dello sci

Il progetto nasce in un momento particolarmente favorevole. Gli anni Sessanta sono quelli del grande sviluppo dello sci alpino in Italia: le località montane investono in alberghi, strade, funivie e sciovie, mentre la vacanza sulla neve diventa progressivamente un fenomeno di massa.

In questo contesto, Campo Nevada sembra avere tutte le caratteristiche per inserirsi nel nuovo mercato. Il nome stesso richiama un'immagine precisa: neve abbondante, piste, sport invernali e una località moderna costruita intorno alla montagna.

Ma proprio la montagna che avrebbe dovuto rappresentare la principale attrazione del progetto si rivela il suo limite più difficile da superare.

La neve diventa il nemico

Nella Fossa di Paganica le condizioni invernali si dimostrano infatti molto più complicate del previsto. Durante gli inverni caratterizzati da abbondanti nevicate, la strada di accesso diventa difficile da mantenere aperta e gli spartineve non riescono sempre a garantire la percorribilità.

A questo problema si aggiungono le valutazioni legate al rischio di valanghe, che finiscono per condizionare pesantemente la possibilità di utilizzare in sicurezza le strutture.

Il risultato è paradossale: il progetto nato proprio per sfruttare la neve e trasformarla nella principale risorsa turistica si trova a fare i conti con una quantità e una dinamica della neve che rendono estremamente difficile mantenere operativo il complesso.

Motel e impianti vengono così chiusi in tempi relativamente brevi e, secondo le ricostruzioni, non arrivano mai a entrare realmente in funzione secondo le ambizioni originarie.

Il sogno di Campo Nevada si interrompe prima di trasformarsi in una vera stazione sciistica.

Le rovine nella Fossa di Paganica

Del grande progetto immaginato da Rimondi restano oggi soprattutto le tracce lasciate sul territorio.

Nella Fossa di Paganica sopravvivono piloni arrugginiti, carcasse dei traini e strutture ormai ridotte a scheletri, mentre gli edifici abbandonati testimoniano concretamente il tentativo di costruire una località turistica nel cuore della montagna aquilana.

Il contrasto è particolarmente forte: da una parte il paesaggio aperto della conca, con la presenza imponente di Monte Cristo e lo scenario verso Campo Imperatore; dall'altra le strutture in cemento e metallo che appartengono a un progetto turistico rimasto incompiuto.

Campo Nevada è così diventato una sorta di archeologia del turismo montano: non una stazione sciistica affermata, ma la testimonianza di un'epoca nella quale lo sviluppo della montagna sembrava poter passare attraverso la costruzione di nuovi comprensori, alberghi e impianti.

Un progetto rimasto nella memoria

La vicenda di Campo Nevada racconta, in fondo, anche il rapporto difficile tra progettazione e ambiente montano. Negli anni Sessanta la Fossa di Paganica appariva come uno spazio da valorizzare attraverso il turismo invernale. Il progetto puntava sulla neve, sulla quota e sulla possibilità di creare un nuovo polo ai piedi di Monte Cristo.

La realtà impose però condizioni diverse da quelle immaginate sulla carta.

Oggi, a più di mezzo secolo dall'avvio dei lavori, Campo Nevada non è la stazione turistica che Vittorio Rimondi aveva immaginato. Le strutture abbandonate sono diventate parte del paesaggio e i resti degli impianti ricordano un progetto che non riuscì mai a compiere la trasformazione promessa.

Eppure proprio quelle rovine hanno conservato la memoria di una stagione particolare della storia della montagna italiana: quella degli anni in cui sembrava possibile costruire, anche in luoghi ancora selvaggi, nuove città della neve. Nella Fossa di Paganica, di quel sogno restano ancora oggi cemento, ferro e vecchi piloni.



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