1° MARZO 1974 – 1° MARZO 2024 - C’ERA UNA VOLTA IN UNA BANCA...

1° MARZO 1974 – 1° MARZO 2024

C’ERA UNA VOLTA IN UNA BANCA...                                   

- di Giuseppe Lalli -

 

In un’altra era geologica, in un’altra vita, chi scrive ha lavorato in una banca. Correva l’anno 1974. Ero stato assunto da poco nella filiale aquilana del Credito Italiano, una grande banca di interesse nazionale. Ricordo il primo giorno, il 1° marzo 1974, un venerdì, giusto mezzo secolo fa. Quella mattina indossavo un abito di lana a tinta unita color celestino con giacca in doppio petto e pantalone con risvolto, camicia e cravatta rigorosamente intonate. Ancora mi rivedo: quanta nostalgia!...

La filiale si trovava – i vecchi aquilani se lo ricorderanno – in un angolo della bellissima piazza Duomo, in un palazzo con i merli che ricordava un piccolo castello medievale, come se ne vedono molti nelle nostre città antiche. Questa caratteristica urbana dava, ai miei occhi, una pennellata di poesia ad un’attività, quella bancaria, all’apparenza molto prosaica. Col tempo avrei scoperto che, forse per reazione ad una professione prestigiosa ma piuttosto grigia, molti bancari in passato avevano mostrato di possedere, e cercato di praticare, una vena autenticamente umanistica. Italo Svevo (al secolo Aron Hector Schmitz, 1861–1928), dopo aver fatto rigorosi studi commerciali in Austria, nazione a cui la sua Trieste ancora apparteneva, aveva lavorato in una banca della sua città per una ventina d’anni, per poi dirigere la grossa azienda di vernici del padre della moglie, non smettendo mai di scrivere e rivelandosi infine, soprattutto con i romanzi Senilità (1898) e La coscienza di Zeno (1923), il grande scrittore che tutti conosciamo. Giuseppe Pontiggia (1934-2003) da giovane lavorò per dieci anni in una filiale milanese del Credito Italiano (la...mia banca). Questo non gli impedì di laurearsi in Lettere all’Università Cattolica di Milano e diventare un grande scrittore ed un apprezzato critico letterario (la sua prima pubblicazione, nel 1959, fu, all’interno di una raccolta di scritti, un romanzo breve di sapore autobiografico dal titolo, significativo, di La morte in banca).

A parte questi nomi altisonanti, si raccontava di molti direttori di filiale che avevano frequentato con profitto il liceo classico e che erano soliti scrivere i loro biglietti di servizio in latino, e qualcuno persino in greco antico. Beninteso, questo accadeva quando a scuola si studiava seriamente, cioè molto prima del ‘68.

Accadde in quei miei primi tempi di bancario di provincia che venne a far visita alla nostra filiale l’amministratore delegato in persona, tale Mario Rivosecchi da Grottammare, che aveva fama di cattolico fervente e fine latinista, un po’ come certi preti del secolo scorso, che si facevano apprezzare più come latinisti che come sacerdoti. Il prestigioso ospite (ospite si fa per dire: era a casa…sua), signore molto distinto e di gradevole aspetto, ci intrattenne a fine mattinata nel piccolo salone della banca, rivolgendosi a noi chiamandoci, democraticamente, “collaboratori”. Ciò quasi mi commosse. Il suo breve discorso fu farcito di frasi pronunciate nella lingua di Cicerone. Una di esse fu: «Per aspera ad astra!», vale a dire “Al Cielo si giunge attraverso il sacrificio”, concetto, questo, cristiano per eccellenza. Verso la fine del fervorino, indirizzandosi verso noi giovani, che ci eravamo raccolti tutti compunti in un angolo come tanti piccoli ragionier “Fantozzi” (il celebre personaggio, prototipo dell’impiegato della grande azienda, interpretato per decenni da Paolo Villaggio), con un’espressione del viso paterna e gioviale a un tempo, esordì con un altisonante «Hic sunt leones !» (“Qui sono i leoni!”, la celebre frase che campeggiava nelle mappe dell’impero romano ad indicare una terra sconosciuta e infida); al che il sottoscritto bofonchiò, in un latino maccheronico, un prosaico “stanchibus”. La parolina ebbi l’accortezza di proferirla sottovoce, naturalmente, ma non abbastanza che alcuni colleghi non la udissero e non me la ricordassero, impietosamente, per molti anni a venire. Subito dopo, il Grande Capo diresse lo sguardo verso un commesso, molto più avanti di noi negli anni, e, con molto stile, gli disse, interamente in lingua “volgare” questa volta: «Anche Lei, a contatto con questi giovani, è ringiovanito!». L’interessato, un tipo assai originale di nome Teseo, perse letteralmente il...filo e, in un impeto di emozione, strabuzzando gli occhi, si precipitò a stringergli la mano. Ancora il giorno dopo, il maturo collega tesseva le lodi di cotanto personaggio, che si era degnato financo di andarlo «a salutare nello sgabuzzino» (alludeva alla sua abituale postazione di commesso).

«È davvero un uomo di chiesa!», concluse: frase, questa, dove non c’era alcuna malizia, naturalmente. Già, perché di uomini di chiesa che si sono occupati di banca in Italia ce n’è stato qualcuno, e molto chiacchierato. Ci sono stati anche molti democristiani, ma questa era già un’altra categoria.

E poi si dice che i bancari sono tipi grigi...

 



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